Cappella Sistina

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Cappella Sistina

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Cappella Sistina

La Cappella Sistina è stata una delle principali attrazioni di Roma sin dal 1512 quando Michelangelo, dopo un lungo e sfiancante lavoro, finalmente la presentò al mondo.

Potrebbe essere stata il risultato di bassi intrighi e gelosie: secondo Le Vite del Vasari, il Bramante indusse Papa Giulio ad inviare il suo rivale Michelangelo nel soffitto del fienile di una cappella costruita dal suo consanguineo della Rovere, Sisto IV. Alcuni fra i migliori pittori del Rinascimento ne avevano già decoratole pareti con una meravigliosa successione di storie del Vecchio Testamento, ma sul soffitto era affrescato un semplice cielo stellato. Bramante sperava che Michelangelo rifiutasse l’incarico sollevando l’ira del cocciutoPapa, e perdendo così tempo per la realizzazione del suo sepolcroMichelangelo non fu per nulla entusiasta, ma Giulio era irremovibile, quindi nel 1508 accettò l’incarico.

Il Papa, come valeva per la maggior parte dei mecenati dell’epoca, desiderava semplicemente delle decorazioni semplici ma sempre degne del miglior artista: in effetti fino ad allora gli affreschi sulle volte si erano sempre limitati a semplici decorazioni in piccola scala. Non si sa cosa indusse Michelangelo a realizzare invece un tale capolavoro: il timore del tempo che passa, la sfida di un’impresa impossibile, o forse semplicemente per contrariare il Bramante e Giulio, che portò all’esasperazione facendolo aspettare per ben quattro lunghi anni, rifiutando qualsiasi offerta di assumere degli aiutanti. “Quando finirai?”, inveiva Giulio. “Quando potrò, Santità.”, rispondeva impassibile l’altrettanto testardo Michelangelo.

Il Papa stava per farlo scendere per sempre dall’impalcatura quando Michelangelo alla fine accettò di rinunciare all’oro e al blu per le ultime decorazioni e lasciò che Giulio mostrasse a Roma e al mondo ciò che quei 3000 ducati avevano fruttato: non una mera rappresentazione delle Scritture, ma come l’Antico Testamento è concepito nei più profondi recessi dell’immaginazione.

Adesso che i restauratori (finanziati da una rete televisiva giapponese) hanno portato a termine la tanto controversa pulizia della volta, l’opera ha ritrovato il suo antico splendore: sono stati rivelati gli stessi colori utilizzati da Michelangelo – il giallo acceso, il turchese, il viola e tutte le loro magnifiche sfumature – colori che nessun decoratore d’interni si sognerebbe mai di utilizzare.

Lo stile di Michelangelo si fece più audace e sicuro col tempo: provate a mettere a confronto l’Ebbrezza di Noè, il primo in ordine di realizzazione, con l’impressionante Separazione della Luce dalle Tenebre dalla parte dell’altare.

La maggior parte dei visitatori si ferma ad osservare la fin troppo celebre scena della Creazione di Adamo, probabilmente l’unica rappresentazione di Dio mai dipinta che non rischia di risultare semplicemente ridicola.
Si potrebbe sospettare che qui Michelangelo abbia dimenticato solo di mettere in mano il pennello a quel Dio dalle sembianze di un certo artista fiorentino un po’ invecchiato.

Sui lati si possono ammirare i Profeticon sei dita ai piedi e le nerborute Sibille (Michelangelo non fu mai un grande appassionato di donne, anche come modelle); nelle lunette al di sopra delle finestre vi sono figure degli Antenati di Cristo.

Lo spirito del più alto Rinascimento nella sua massima espressione, quando l’uomo era la misura di tutte le cose e l’artista era un gigante, non si riprese mai dallo shock del Sacco di Roma.

Sette anni dopo l’infausto evento, nel 1534 (22 anni dopo la volta), Paolo III commissionò a Michelangelo la realizzazione dello straziante Giudizio Universale sulla parete a ridosso dell’altare: il suo totale disincanto dal mondo è in violento contrasto con la volta.

I santi che circondano l’inesorabile figura del Cristo senza barba chiedono vendetta per i loro martìri, mentre gli angeli accorrono portando la Croce, la corona di spine e la colonna del palazzodi Pilato come per ricordare a Cristo la sua Passione.

Solo la Vergine Maria mostra segni di compassione, ma si ritrae verso il figlio, senza possibilità di  intervenire (anche se, curiosamente, i primi schizzi di Michelangelo la raffigurano nell’atto di implorare pietà per i dannati).

Subito al di sotto a destra del Cristo si trova un furioso San Bartolomeo, e più sotto, isolato dagli angeli che suonano le trombe della dannazione e da un altro gruppo che spinge i dannati giù verso l’Inferno, vi è la figura del dannato disperato, probabilmente la più celebre rappresentazione della disperazione, che si tiene nella membra, con un occhio coperto e uno scoperto e spalancato, con un’espressione di terrore difficile da spiegare: l’effetto è doppiamente efficace trattandosi la figura che più di tutte dà nell’occhio del visitatore.

L’ultimo restauro sulla superficie degli affreschi scurita dal fumo delle candele lo tenne coperto fino al 1994: durante lo stesso restauro fu affrontata anche la delicata questione se rimuovere o no le “braghe” aggiunte alle figure nude da Daniele da Volterra (su ordine di Pio IV nel 1564, anno della morte di Michelangelo). Si dice che i restauratori non trovarono niente se non gesso bianco sotto le braghe! È probabile che da Volterra avesse addirittura grattato via i genitali.

Fu un bene che il maestro fosse già morto – il pudico Biagio da Cesena, segretario di Paolo III, osò criticare la nudità dei personaggi quando l’artista era ancora in vita e il suo volto finì dipinto nell’Inferno con le sembianze di Mida (con un serpente attorcigliato e con orecchie d’asino). Quando si lamentò col Papa, ricevette la celebre risposta secondo cui se Michelangelo lo avesse messo in Purgatorio avrebbe potuto fare qualcosa, ma all’Inferno non poteva avere alcun potere.

Adesso dimenticate Michelangelo e fermatevi ad osservare il pavimento in stile cosmatesco, la transenna marmorea di Mino da Fiesole, Giovanni Dalmata e Andrea Bregno, e gli affreschi alle pareti sulle vicende della vita di Mosè e di Gesù; tra i migliori vi sono il Castigo del Fuoco, le Prove di Mosè, e le Figlie di Jethro, le celebri fanciulle caratterizzate dalla grazia botticelliana, e la Punizione dei Ribelli Korah, Dathan e Abiram, ambientata a Roma, di fronte all’Arco di Costantino e alle rovine, allora ancora in piedi, del Settizonio. Sulla parete opposta si possono ammirare la Vocazione dei Primi Apostoli del Ghirlandaio, e la Consegna delle chiavi a San Pietro del Perugino, la cui scena è ambientata di fronte ad un tempio rinascimentale immaginario. Al di là della Cappella Sistina vi sono due celebri stanze: la Sala Ducale, ad opera del Bernini e di PaulBrill, e la Sala Paolina, con due degli ultimi affreschi di Michelangelo; tuttavia, per poterle visitare è necessario un permesso speciale da parte delle autorità di Città del Vaticano.

Dalla Cappella si accede al piano più basso della lunga galleria del Bramante, le Gallerie dellaBiblioteca Apostolica Vaticana, delineate da armadietti che contengono alcuni dei milioni di libri e migliaia di manoscritti e incunaboli di proprietà della Biblioteca.

Il nucleo della collezione risale al papa umanista Niccolò V. I più preziosi e segreti furono ricollocati nel 1983 in un bunker sotterraneo, ma molti testi preziosi sono esposti, come le carte geografiche risalenti al Cinquecento presso la Galleria di Urbano VIII, e il macchinario in legno ad opera del Bramante utilizzata per apporre il sigillo ai documenti, la cosiddetta pressa per bollare, e un affresco sull’erezione dell’obelisco in Piazza San Pietronel 1585, operazione curata dall’architetto preferito di Sisto V, Domenico Fontana, il quale fu anche il realizzatore dell’enorme e suntuosamente decorato Salone Sistina, che attraversa l’antico Cortile del Belvedere.


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