MUSEO ARCHEOLOGICO DI CASTIGLION FIORENTINO

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MUSEO ARCHEOLOGICO DI CASTIGLION FIORENTINO

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MUSEO ARCHEOLOGICO DI CASTIGLION FIORENTINO

 

CASTIGLION FIORENTINO:

MUSEO ARCHEOLOGICO DI CASTIGLION FIORENTINO – Castiglion Fiorentino è un comune italiano di circa 13.195 abitanti in provincia di Arezzo. La città di sorge su di un colle a 342 m s.l.m., 17 km a sud-est di Arezzo. Delimitata a est dai Preappennini, l’area comunale si estende in parte sulla Valdichiana e sulle alture ad essa rivolte, in parte comprende quasi l’intero bacino della Val di Chio includendo anche la porzione superiore della valle del fiume Nestore, mentre una piccola sezione si estende sui territori di testata del torrente San Chimento, tributario al Cerfone e quindi al Tevere, al di là del valico della Foce .Il territorio confina con i comuni di Arezzo a nord, Cortona a est e a sud, Foiano della Chiana a sud-ovest e Marciano della Chiana a ovest.

LE ORIGINI:

Abitato fin dalla preistoria, il territorio castiglionese conobbe un primo periodo di fioritura con l’epoca villanoviana (DETTA ANCHE ETA’ DEL FERRO IX sec. A.c.- fine dell’ VIII secolo A.c.; Il termine Villanoviano deriva da Villanova di Catenasco ( Bologna)  località in cui il CONTE Giovanni Gozzadini, rinvenne per la prima volta tombe attribuibili a questa fase, caratterizzate dal rito della cremazione, entro vaso biconico).

Il nucleo abitato castiglionese si sviluppò in epoca etrusca, già a partire dal VI secolo a.C. Crocevia fondamentale tra le due Lucumonie di Arezzo e Cortona, il centro si erigeva sulla sommità del colle, come hanno testimoniato gli scavi archeologici operati nell’area della Torre Cassero. Gli Etruschi apportarono una prima bonifica alla Val di chiana, traversata all’epoca dal fiume Clanis: questo scorreva nel senso opposto dell’attuale Canale Maestro e costituiva un’importante via d’acqua navigabile. Di tale periodo in area castiglionese restano numerosi reperti archeologici, tra cui il celebre Deposito di Brolio, rinvenuto nel XIX secolo nell’omonima frazione, e costituito da una grande quantità di bronzetti.

Giunti i Romani, essi decisero di sfruttare la fertilità della zona per il fabbisogno alimentare dell’Urbe. Lo storico Tito Livio racconta di come ai tempi della Seconda guerra punica gli opulenta arva (ricchi campi) chianini avessero saputo fornire alla spedizione di Publio Cornelio Scipione (202 a.C.) oltre 10.000 quintali di grano.

Ma con l’impero di Augusto il panorama cambiò radicalmente: tra le cause delle piene del Tevere che di tanto in tanto allagavano Roma fu reputato il Clanis, che era affluente del Paglia, a sua volta tributario del fiume romano. I Romani ostruirono pertanto la foce del Clanis, provocando la stagnazione delle acque e il conseguente impaludamento della Valdichiana.

 

 

IL MUSEO ARCHEOLOGICO

Da quanto esposto nelle righe precedenti , appaiono comprensibili le motivazioni che giustificano un Museo Archeologico a Castiglion Fiorentino.

Le scoperte archeologiche che hanno interessato la città ed il suo territorio – in questi ultimi decennio – hanno fatto scaturire l’esigenza da parte dell’amministrazione comunale di concerto con la Soprintendenza Archeologica per la Toscana, dietro il costante e reiterato sollecito del Gruppo Archeologico Valdichiana, di creare una sezione espositiva archeologica permanente.

L’idea iniziale era di creare nella Cripta della Chiesa di S. Angelo tale sezione archeologica, ma è stata superata, soprattutto per esigenze di spazio, vista la quantità e la qualità dei reperti ritrovati.

Si è così  realizzata all’interno della Cripta restaurata non più una sezione archeologica dei materiali castiglionesi, ma un percorso archeologico propriamente legato alle vicende della chiesa stessa.

La Cripta è stata aperta al pubblico nel settembre 1996 e da allora costituisce la conclusione del significativo itinerario artistico che si articola all’interno del complesso medesimo.

Il percorso parte dall’alto, dalla torre dell’Orologio al Coro delle Monache – oggi sede della Pinacoteca Comunale – fino alla chiesa di S. Angelo e alla Sacrestia vecchia (che ospita il busto reliquario di Sant’Orsola) dalla quale si accede – per mezzo di una moderna scala metallica –alla Cripta. Il visitatore scendendo potrà notare le tracce della struttura romanica della chiesa (XII sec.) consistenti nella fondazione dell’ampia scala di accesso alla Cripta ed a varie stratificazioni murarie, tra cui una caratterizzata da blocchi di notevoli dimensioni.

Uno stretto passaggio con gradini immette in un ambiente delimitato, sulla destra, da una struttura muraria che sembra insistere sui resti di un possente muro – spesso m. 1,70 – forse corrispondente alla cinta muraria urbica etrusca d’epoca ellenistica ( fine IV sec- inizi I sec. a.c.)  In questo spazio sono stati collocati quattro pannelli esplicativi, due vetrine contenenti i più significativi reperti emersi dallo scavo archeologico ed il coperchio in pietra con iscrizione etrusca di un’urna cineraria. I materiali archeologici sono riconducibili ad un ampio arco cronologico compreso almeno tra la fine del VII sec. A. C. e la tarda età ellenistica. Il percorso archeologico continua sulla destra dove, in fondo, è ben visibile, con andamento trasversale, il paramento a vista di una spessa cortina muraria d’epoca etrusca. Essa è costituita da pietre soprammesse a secco sigillate con argilla.

Questa espositizione rappresenta il primo esempio di musealizzazione permanente a carattere archeologico avvenuto in Castiglion Fiorentino. Infatti, la cripta non costituisce solamente la tappa conclusiva dell’itinerario di visita del complesso della chiesa di S. Angelo al Cassero, ma si connota quale punto di partenza di un altro percorso, prettamente archeologico, che comprende, oltre alla cripta stessa, l’esposizione di reperti provenienti da Castiglion Fiorentino e dal suo agro collocata nell’attiguo Palazzo Pretorio e l’ampio cantiere di scavo nel piazzale del Cassero.

Palazzo Pretorio ospita, oggi, l’importante Biblioteca castiglionese con il fondo antico e l’Esposizione Archeologica.

Nell’area di Palazzo Pretorio esistono altre strutture vitali come il già ricordato complesso monumentale della Chiesa di S. Angelo con la Pinacoteca e il palazzo Comunale.

Si è creato così nell’insieme un vero e proprio nucleo amministrativo (servizi sociali) e culturale (Musei e Biblioteca) che rappresenta il punto di riferimento del presente e del “vissuto” per tutti i cittadini della comunità.

Aver scelto Palazzo Pretorio quale contenitore della Biblioteca nonché del Museo Archeologico risulta un segno tangibile di valorizzare e al contempo di rivitalizzare il ruolo del centro storico.

Alla luce di quanto appena esposto il Museo diventa un’operazione culturale, un luogo di aggregazione per i giovani in quanto sede d’indagine sul passato del territorio. In esso la comunità può ritrovare la propria identità, infatti esso rappresenta un’istanza profonda della collettività.

L’Esposizione Archeologica, inaugurata il 7 Aprile 2001, intende diffondere la storia del territorio facendo fruire in maniera comprensibile ciò che il territorio ha restituito, un museo che non sia solo il luogo di inserimento di oggetti da conservare e da tesaurizzare, ma un Istituto che svolga un ruolo di richiamo culturale della città e del suo territorio circostante.

Il Museo castiglionese si caratterizza per la peculiarità del suo sistema informativo (per sistema informativo si intende ogni tipo di informazione fisica, scritta visiva e sonora fornita dal visitatore), preferendo un percorso didattico a uno di ricerca, senza tuttavia cadere in una semplice divulgazione. Il frequentatore di questa struttura museale troverà sia notizie di medio livello, rappresentato dalle didascalie ragionate dei singoli reperti e dai pannelli esplicativi, sia ricostruzioni, plastici, e piante che aiutano il visitatore ad una migliore lettura e decodifica di materiali esposti. Per un’adeguata comprensione e fruizione del Museo, oltre alla distribuzione e la vendita di guide dépliants, è ormai imprescindibile la presenza di materiale informatico a disposizione del pubblico, in alcuni casi con sistema interattivo.

Si è inteso proporre un allestimento organizzato per ambiti topografici in sequenza cronologica, flessibile e aggiornabile per quanto consentito dallo spazio a disposizione e della relativa rigidità dell’impianto architettonico.

IL museo di Castiglion Fiorentino racconta la storia di Castiglion Fiorentino, la storia cioè di un insieme topografico dove ricomporre paesaggi, monumenti e contesti, oltre che farvi confluire fra originali, calchi e buone riproduzioni fotografiche tutto ciò che da Castiglion Fiorentino proviene e che per varie circostanze si trova altrove.

Pertanto l’esposizione archeologica, ospitata all’ultimo piano di Palazzo Pretorio, che in parte insiste sulla sottostante area di scavo del santuario etrusco, si propone di far conoscere al pubblico di queste straordinarie scoperte, dando particolare risalto ai reperti del tempio etrusco appena ricordato, di cui spicca l’ipotesi ricostruttiva del tetto, ed ai bronzetti etruschi del noto “deposito di Brolio” (calchi). Si precisa ancora che l’esposizione, a carattere prettamente didattico, presenta i risultati delle ricognizioni sul territorio effettuate dai volontari del Gruppo Archeologico Valdichiana e delle indagini archeologiche sistematiche svolte e dirette dalla Soprintendenza Archeologica della Toscana.

Il percorso espositivo si articola in cinque sale dedicate a varie tematiche, per ambiti topografici in sequenza cronologica, inerenti l’antico nucleo abitato di Castiglion Fiorentino ed il suo territorio costellato di insediamenti, ricchi di testimonianza archeologiche che vanno dall’Età del Ferro al periodo Imperiale Romano ed oltre.

Il visitatore, oltrepassato lo spazio adibito a biglietteria, entra nella sede dedicata al Deposito di Brolio. Nelle teche sono presentate diverse tematiche: il ritrovamento ottocentesco, le nuove acquisizioni, gli ex voto, le tecniche fusorie e l’uso delle leghe di bronzo. Qui viene riproposto il nuovo ritrovamento avvenuto nel 1863, nel corso di lavori di bonifica della Valdichiana, a Brolio nella tenuta di Montecchio.

In questa sede, vengono esposte le copie dei bronzi più significativi, ed i materiali recuperati nel 1984 dal Gruppo Archeologico Valdichiana nella stessa località del ritrovamento ottocentesco.

Nella vetrina centrale sono presentate le protomi di grifo, le statuette di cervidi e quelle dei guerrieri secondo una disposizione che suggerisce la loro originaria funzione, cioè quella decorativa di vasi di grande prestigio. Infatti, le protomi di grifo erano disposte intorno all’imboccatura di un grande lebete (calderone), i cervidi (da non considerarsi offerte di tipo venatorio) si disponevano forse sul bordo di un tripode simile a quello di Trestina, mentre i guerrieri, muniti di perno sulla sommità della testa, come la figura femminile visibile nella vetrina attigua, fungevano da sostegni di vasi monumentali (bacini lustrali). La scelta espositiva è puntualmente illustrata e giustificata da quanto presentato nella vicina postazione multimediale.

Nella vetrina delle nuove acquisizioni so esposti materiali che risultano essere identici a quelli menzionati nelle relazioni redatte al momento della scoperta e databili tra il VI ed il I sec. A. C.; si tratta di un frammento di lamina bronzea con decorazione incisa, un castone di anello bronzeo ad uso di sigillo, anelli filiformi, fibule bronzee, monete romane, ghiande missili di bronzo, frammenti di terra sigillata aretina e uno scudo bronzeo decorato da borchie a bulbo. Gli oggetti presentati sono riconducibili ad un insediamento che può aver vissuto vari tipi di frequentazione antropica: dal luogo di culto all’emporio commerciale lungo il Clanis fino all’abitato produttivo di epoca ellenistica e romana. Nella stessa sala un’altra postazione multimediale è dedicata all’attività fusoria ed alle tecniche metallurgiche (fusione a cera persa diretta ed indiretta, fusione cava, le  leghe di bronzo, la rifinitura). Nel vicino espositore – pannello sono presentati esempi di ex voto, con particolare attenzione di alcuni bronzetti con iscrizione dedicatoria rinvenuti in località vicine a Castiglion Fiorentino. Si tratta di un fanciullo che gioca con un’ocherella, munito di iscrizione dedicatoria (CIE 446) alla divinità Thuftha da parte di Velia Fanacneia favore del figlio: la statua fu rinvenuta a Montecchio nel 1746 e dal 1827 è al Museo di Leida in Olanda; e di una statuetta bronzea di fanciullo con iscrizione dedicatoria a Mantrus da parte di LarthiAteinei(CIE 447): il bronzetto fu rinvenuto nel 1863 a Vitiano e donato all’Accademia Etrusca di Cortina dall’archeologo Enrico Brunn che lo aveva acquistato da Filippo Aglietti, antiquario castiglionese.

A destra si apre la sala interamente occupata dai reperti riferibili al tempio etrusco dell’area del Cassero; al centro campeggia la ricostruzione di una porzione della copertura dell’edificio sacro (fine V – inizi IV sec. A. C.). si precisa che il piazzale del Cassero può essere ritenuto la sede dell’antica acropoli dell’oppidum etrusco. L’area, oggetto dal 1991 a tutt’oggi di indagini archeologiche sistematiche, ha subito numerosi interventi costruttivi ed è stata in varie epoche utilizzata come cava di materiale; presenta al di sotto di strutture altomedievali un impianto articolato di età ellenistica, ma ha rivelato, soprattutto, la presenza di elementi riconducibili ad un santuario, orientato nord – sud, a pianta rettangolare (m 17 x 22) e costruito direttamente sulla roccia. Alla profondità di – 2,68 m è stato individuato uno strato di crollo che restituito, sopra ad un pavimento a lastre di pietra, coppi e tegole ed una cospicua quantità di reperti architettonici che attestano almeno, due importanti fasi di vita del tempio: una, collocabile tra la fine del V inizi IV sec. A. C. e l’altra, nel periodo ellenistico (II sec. A. C.).

Oltre a questi reperti non va dimenticata una copiosa serie di materiali ceramici, altrettanto significativi per definire la durata e la consistenza della frequentazione dell’area sacra. Si tratta di frammenti ceramici che vanno dalla fine del VI al II sec. A. C. e che dimostrano una notevole presenze di fedeli da territori contigui o di scambi commerciali.

Per l’ipotesi ricostruttiva del tetto è stata privilegiata la fase di età classica, costruita da una serie di tegole unite da coppi completati in alcuni casi da antefisse a testa leonina dai lineamenti grottescamente umani. Il prospetto della copertura a doppio spiovente consta di una sima frontale (cornice terminale), composta da moduli decorati a rilievo, il più completo dei quali esibisce un fregio floreale di gigli bianchi alternati a rose rosse su fondo azzurro e all’estremità una testa di Gorgone con funzione apotropaica (tenere lontano il male). La parte inferiore della copertura è costituita da una serie di lastre di gronda, una delle quali a quartabuono, dipinte con un motivo policromo (rosso e nero su fondo bianco) composto da palmette e fiori di loto alternati. Questo santuario trova confronti abbastanza precisi con numerosi edifici sacri etruschi ed in particolare con il tempio del Belvedere di Orvieto, del Talamonaccio di Orbetello e di Iuppiter a Cosa. Il complesso è di grande rilievo, sia per l’eccezionale stato di conservazione che consentito di mantenere la policromia originale, che per essere una delle rare attestazioni di decorazione architettonica etrusca di età classica.

Nella vetrina di sinistra, vicino alla ricostruzione del tetto, tra i materiali esposti si segnalano: un’antefissa dal nimbo a conchiglia policroma con baccellature in nero e rosso (fine VI sec. A. C.), probabile elemento architettonico del primitivo impianto del tempio; un frammento di lastra decorata con racemi, foglie d’edera e bacche (IV sec. A. C.); un frammento di cornice del lucernario funzionale a fra passare la luce e l’aria dall’alto ed alcuni grossi chiodi in ferro che servivano a fissare tegole e coppi ai travicelli di legno del tetto.

Un’altra vetrina ospita elementi architettonici riconducibili all’ultima fase di vita del tempio, precisamente al II sec. A. C.. Si tratta di un’antefissa a testa di Menade, consunta, con grande nimbo a motivi fitomorfi, di un’altra antefissa femminile di dimensioni minori e di tre lastre a rilievo ricostruite ed integrate nel disegno. Queste ultime sono l’esemplificazione dell’apparato decorativo dell’edificio sacro e risultano identiche o tipologicamente simili ad esemplari di santuari di Arezzo (Catona, S. Croce, S. Niccolò, Castelsecco).

Le altre vetrine della sala presentano reperti ceramici pertinenti a forme vascolari usate dai fedeli durante le cerimonie religiose. Si noti un fondo di piattello in bucchero (fine VI sec. A. C) con iscrizione etrusca incisa che recita “Io sono di Thanaquilla”, quindi una semplice offerta alla divinità da parte di una donna in visita al santuario; un frammento di ceramica attica a figure rosse su cui è raffigurato un guerriero (metà V sec. A. C.), pertinente ad un vaso di importazione dalla Grecia e pertanto da considerarsi un’offerta pregevole; frammenti di coppe etrusche a figure rosse riconducibili alla produzione chiusina della metà del IV sec. A.C.; una campionatura di ceramica a vernice nera (III – II sec A. C.) come ciotole, piattelli, coppe biansate di produzione locale od aretina. In alcune ciotole sono stati posti numerosi astragali, ossi brevi della zampa di bovini, ovini e caprini a testimonianza del sacrificio di questi animali effettuato in onore della divinità ed il successivo rito di cuocere le carni per poi essere divise tra i partecipanti alla cerimonia religiosa. L’esposizione è arricchita di vari pannelli esplicativi ed è corredata di due postazioni multimediali, in cui sono proposte rispettivamente la ricostruzione ipotetica del tempio nella sua struttura architettonica e sequenze di vita nel santuario. Da questa sala si può ammirare un lato dell’antica torre (X – XI sec.) inglobata in Palazzo Pretorio e, passando attraverso una passerella, entra nella torre stessa, dove in una vetrinetta sono esposti oggetti votivi (vasetti miniaturistici, bronzetti schematici e pesi da telaio) rinvenuti sempre nell’area sacra del piazzale del Cassero. Tornando indietro, oltrepassando il “Deposito di Brolio”, si entra nell’ampia sala dedicata sia alla storia dell’insediamento antico di Castiglion Fiorentino dalle origini all’incastellamento che all’agro castiglionese. La prima tematica viene affrontata attraverso l’esposizione di frammenti di bucchero nero decorati a cilindretto (teorie di animali) di chiara influenza chiusina ma di probabile produzione locale (fine VII – inizi VI sec. A. C.) riferibili alla frequentazione più antica del sito e di reperti (impasti, maiolica arcaica, vetri) di epoca medievale a dimostrazione della continuità di vita dell’insediamento stesso. A corredo, sono presentati dei pannelli illustranti l’acquedotto etrusco – romano, la cinta muraria e la porta etrusca, ed un monitor con la storia dell’oppidum. Il territorio castiglionese fittamente popolato fin dall’antichità, è stato oggetto di ricognizioni archeologiche che hanno evidenziato l’esistenza di 130 siti disposti lungo tre principali percorsi: la via d’acqua (il Clanis) e due vie di terra, l’una corrispondente alla S. S. 71 (Cortona – Arezzo) e l’altra di penetrazione nella Valle di Chio verso la Valtiberina e quindi il versante adriatico. Tali dati sono riportati nel grande plastico (scala 1:10.000) che ripropone la carta archeologica del territorio. La vicina postazione multimediale è interattiva con il plastico. Una lunga vetrina, suddivisa in tre settori corrispondenti ai tre itinerari sopra menzionati, ospita i reperti più significativi, per esempio, frammenti biconci villanoviani da Brolio Via del Porto, vaghi di collana e monete bronzee della villa rustica imperiale di Brolio Ricciotti, moneta aurea di Teodosio II da Brolio podere Ciabatto, pendente aureo di orecchino (IV sec. A. C.) da Montecchio II Chiarone e piattelli e una lamina bronzea ripiegata (con maledizione) da una fonte in località S. Lucia.

La sala successiva presenta quanto evidenziato dallo scavo schematico condotto a Brolio Melmone: un insediamento etrusco di produzione e commercio lungo il Clanis. La località, posta a due chilometri circa dalla zona del rinvenimento del noto deposito di Brolio ha restituito una serie di strutture variamente articolate che compongono un edificio a pianta rettangolare (28 X 6,6). Le strutture perimetrali conservate a livello di fondazione sono costituite da conci irregolari legati da argilla. Dall’alzato si intravedono scarse tracce riconoscibili nei residui lignei carbonizzati e nei lacerti di argilla semicotta, probabili resti di un’armatura di sostegno in legno che tratteneva l’argilla (tecnica pisé e a graticcio). È presumibile che si tratti di un insediamento con funzioni abitative di deposito merci, oltre ad essere caratterizzato da una serie di attività di produzione, in particolare quella della ceramica. I reperti recuperati attestano un periodo di intensa utilizzazione del sito, dalla seconda metà del IV a tutto il III sec. A. C., pur risultando già frequentato in epoca più antica (impasti e buccheri). Le classi ceramiche maggiormente rappresentate, di cui si ipotizza una produzione locale, sono la ceramica grigia, a vernice nera ed acroma di uso comune: un’esemplificazione è presentata nelle vetrine. Non mancano tuttavia reperti più raffinati che documentano la vitalità dei commerci esistenti tra l’abitato di Brolio Melmone ed altre aree produttive quali Asciano, Chiusi e Volterra (vedi frammenti di ceramica etrusca a figure rosse). Nella postazione multimediale è presentata la ricostruzione delle abitazioni del Melmone e le relative tecniche edilizie usate.

Proseguendo nel percorso, sempre collegato all’insediamento di Brolio Melmone, nella saletta successiva sono collocate tre vetrine che ospitano reperti relativi ad alcune attività svolte al Melmone, ma tipiche di insediamenti antichi analoghi; si tratta della filatura e tessitura, della pesca e dell’uso della scritturasulla ceramica.

La prima vetrina è dedicata alla filatura e tessitura.

Numerosi sono gli oggetti che testimoniano a Brolio Melmone ed in altri insediamenti antichi castiglionesi (Collesecco, Brolio via del Porto, Brolio i Ricciotti, l’area del Cassero) le attività, prettamente femminili e svolte in ambito domestico, della filatura e della tessitura: fuseruole, rocchetti e pesi da telaio.

Informazioni su queste attività si ricavano, ad esempio, dalle scene che rappresentano il ciclo della lavorazione della lana sulle due facce del tintinnabulo bronzeo (pendaglio sonoro di probabile significato religioso) di Bologna.

La filatura era la prima operazione in ordine di tempo e consisteva nella preparazione delle fibre da usare per creare i tessuti: la lana ed il lino risultano essere state fra quelle più diffuse in Etruria.

Per trasformare le fibre tessili in filati veniva usato il fuso, di legno o di metallo, munito ad un’estremità di una fuseruola fittile, di solito a forma tronco – conica, necessaria per regolarne il movimento di rotazione.

Si ricorda che le fuseruole non erano adibite solo all’uso indicato, ma potevano essere usate come accessori dell’abbigliamento.

La tessitura era eseguita sul telaio che in Grecia ed in Etruria risulta di tipo verticale, dalla struttura molto semplice, di legno o forse anche di metallo. Da un’asta orizzontale prendevano i fasci di fili dell’ordito che, per essere tenuti in tensione e per evitare che gli stessi si attorcigliassero tra loro, venivano collegati a pesi fittili.

La forma più comune dei pesi da telaio è quella tronco – piramidale, ma è documentata anche quella a disco lenticolare. Alcuni pesi recano dei segni o delle lettere impresse sulla base minore, che era quella visibile dall’alto durante la tessitura. Tali segni indicavano l’ordine secondo il quale dovevano essere messi in opera (precauzione utile nel caso di tessuti colorati sul tipo dei plaids).

La vetrina che segue riguarda l’attività della pesca.

Il rinvenimento di pesi da rete di pietra, di piombo e soprattutto di terracotta come i discoidi con foro eccentrico e gli anelli simili a quelli presenti negli abitati spondali del vicino lago Trasimeno e del lago di Bolsena testimonia la diffusa pratica della pesca negli insediamenti antichi dislocati lungo il Clanis. Infatti le acque del fiume erano ricche di pesci: lucci, carpe, persici, anguille.

L’attività piscatoria, insieme a quella della caccia alle specie avicole in particolare acquatiche, costituiva certamente una delle fonti primarie di sostentamento per gli abitanti di Brolio Melmone.

Il poeta latino Silio Italico (I sec. D. C.) narra della pesca attuata al Trasimeno con l’uso di reti (filum) realizzate in filato di lino, di quelle da lancio (iaculum) e di quelle a strascico (tragum). Dai reperti rinvenuti a Brolio Melmone si evince che la pesca praticata era del tipo “a posta fissa”, quindi svolta in acque non paludose, con rete in filo di lino dalle maglie non troppo larghe per pesci di medie dimensioni.

Come si vede nel disegno proposto, la rete era caratterizzata dall’applicazione, in alto, di pezzetti di sughero o di legno con funzioni di galleggianti per rimanere tesa a pelo d’acqua ed in basso, da anelli fittili di varia calibratura posti a distanza regolare per poter essere mantenuta in posizione verticale.

La terza vetrina, che chiude il percorso, ha per tema la scrittura.

I reperti recuperati a Brolio Melmone, soprattutto quelli pertinenti alle classi ceramiche di cui si ipotizza una produzione locale, quali la ceramica grigia, a vernice nera ed acroma di uso comune, presentano su gran parte di essi segni alfabetici e numerali graffiti o incisi a testimonianza della frequenza dell’uso della scrittura. Si tratta di singole lettere con valore di contrassegni di possesso, nonché di formule onomastiche con il solo nome individuale come Ave ed un gentilizio come Vethalu, graffite sul fondo interno ed esterno di ciotole e piattelli.

L’insediamento di Brolio Melmone, sulla base di questi dati, risulta inserito in un’area particolarmente alfabetizzata in epoca ellenistica, come si riscontra nello stesso periodo in distretti dove sono presenti fervidi attività artigianali.

Per visite guidate www.tourinrome.com 

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